[Tempo fa...]
"E' proprio vero quello che ho letto ieri. Un border-line vive nel perenne tentativo di evitare la depressione, per cui ci crede alle cose, ma per quello che è egli stesso, non trova mai quello che cerca e soffre.
- Per quello che è egli stesso -
Mi spavento quando leggo certi libri e parlano di me.
Mi spaventa quando parlano di un paziente limite come un dimenticato da dio, un caso perso, un povero cristo che i terapeuti raramente prendono, in previsione di scarsi risultati.
- Per quello che è egli stesso -
Angel mi parla e mi dice - è come essere un buco nero - prendi, cerchi, ma in fondo non basta mai.
E forse in momenti di lucidità ci penso, ci arrivo anche a capire che quelli che provo io non sono sentimenti, sono tentativi di qualcosa, sono tentativi di trovare un'esistenza, io, che in completa dissociazione, non esisto per me.
Sono un'esistenza in fieri, in divenire, ma non divento mai.
Vuoto.
Non è solo quell'orrendo stato fisico che ti soffoca il petto, ti fa sudare anche quando c'è freddo, non ti fa respirare, non ti fa percepire gli stimoli esterni, ti dissocia la mente.
Non è solo quello.
Vuoto
è quando pensi a una cosa e non la senti tua in nessun modo.
Vuoto
è quando pensi a un pezzo di te e non ti riconosci.
Vuoto
è quando pensi e non ti capisci.
Vuoto
è quando ti rileggi e non ti riconosci.
Vuoto
è quando ti tagli un braccio e il giorno dopo quasi non ti ricordi perchè l'hai fatto.
Vuoto
è non piangere per tutto e piangere per nulla.
Vuoto
è non avere memoria, non riuscire a farla funzionare.
Vuoto
è non riuscire a tenere fissi i pensieri.
Vuoto
è non riuscire a sentirli tuoi, quei pensieri.
Preferirei mille volte essere pazza o nevrotica o schizofrenica o qualunque altra cosa che mi definisca davvero, che non uno °stato limite° che è solo un'infinita insalata di cose.
Avere tutto e non essere niente.
Avere un cuore e non saperlo far funzionare.
Avere un ottimo cervello e non averne il controllo.
Avere un corpo e distruggerlo.
Avere un'anima e non sentirla.
Non è vita, questa.
E' recitare una parte, recitare la normalità, perchè dentro non c'è niente, non hai direttive, e le cerchi fuori, nello standard.
E vivere alla disperata ricerca di qualcuno/qualcosa che faccia da regista per te.
Che ti aiuti a muoverti, a capire, a vivere.
E non è vita questa, perchè nessuno può e DEVE fare questo per qualcun altro.
Come Lenny che si cancellava il verbale della polizia per trovare ogni volta un nuovo John G.
La mia mente scinde, cancella ogni volta qualcosa per darmi un ruolo.
Nuovo, se gli altri non mi piacciono.
E allora vorrei trovare un modo per fottermi questo briciolo di lucidità che ancora mi porto dentro. Questo briciolo che ancora mi tiene ancorata alla realtà, che mi ha impedito di portare avanti quello che c'era con Nem, nella più completa dissociazione.
Quel briciolo che non mi permette una depressione nel vero senso della parola, ma mi dà questo, surrogato di vita, surrogato di depressione, surrogato di tutto.
Mi dico che porto amore dentro per quello che scrivo alle persone che amo, per quando le abbraccio, per quanto mi piace vederle felici.
Non è amore.
E' riuscire a vedermi finalmente con un ruolo.
Un copione.
Quella che ti aiuta quando stai male.
Quella che ti fa ridere quado ci esci.
Quella che ti psicanalizza.
Quella che si fa indietro perchè amore significa anche saper lasciare andare.
Quella che fa la diplomatica.
Non è amore questo. Non sono nemmeno sentimenti.
Sono solo ruoli, recite.
Il problema è che io non fingo affatto.
Io sono questa.
Sono una recita.
Qualcosa, qualsiasi cosa, ma riuscita a metà.
Ci definiscono °ambivalenti°
- Ambivalenza: presenza simultanea di tendenze o sentimenti opposti.
Sono sana o sono pazza.
Sto dentro o sto fuori.
Ho tutto ma non sono niente.
E' come correre in circolo.
Non vai mai avanti. Le cose sembrano diverse, vivi nell'attesa che dietro la curva ci sia qualche prato nuovo, ma tu non hai niente dentro, non puoi pretendere di essere qualcosa fuori.
E così giri-giri-giri.
Ma corri sempre col motore tirato al massimo, senza mai cambiare marcia, tiri, tiri una molla al limite e quando si spezza o vuol dire che sei morto o che stai sbattuto in un angolo della cucina, bava alla bocca, con la quarta heineken in una mano e una lama di 20 cm nell'altra.
E col motore tirato al massimo, sembra che il cervello ti stia per scoppiare, ma non scoppia.
Implode.
Ti rinsecchisci su te stesso, diventi sempre più piccolo, estraneo a te stesso e agli altri.
A tutto.
E con tutto questo nella testa, Faith rischia.
So tutto di tutto questo.
L'ho vissuto appena un paio di mesi fa, tutto questo.
Perdere giulia, perdere nem, così, d'un colpo.
Perdere.
Abbandono.
Probabilmente sono le uniche prospettive reali per me, per quello che - io stessa sono - nella mia continua profezia che si autoadempie.
Le cose non vanno non perchè il mondo è cattivo, le persone tutte malvagie, o che altro.
Le cose non accadono perchè è - quello che io sono -che impedisce che accadano.
L'amore non c'è perchè io stessa non sono capace di amare.
In generale, i sentimenti non ci sono perchè io stessa non sono capace di provarne.
Non sento le persone intorno a me, perchè io stessa non sono una persona.
E nonostante tutto, rischio.
E a volte penso che vorrei far capire che è molto più grande il rischio che corro dentro di me, che non quello che si vede fuori.
E' più grande la fatica dentro me, che non quella di farsi un'alzataccia la mattina.
Ma non lo faccio, perchè il mio briciolo di razionalità mi dice che sarebbe solo l'ennesimo tentativo di manipolare chi è intorno a me.
E stupidamente, conservo una cosa che potrei definire "dignità" ma non è esattamente quella, che mi dice - se qualcuno deve darti qualcosa, te lo dia per quello che sei -
Certo, mi faccio questo bel pensiero, dimenticandomi, o meglio, facendo finta di dimenticarmi che io NON sono. Per cui, non essendo io, non c'è modo per cui mi si possa amare per quello che sono...
E giri-giri-giri in tondo."