La scena.
Il silenzio di un mese.
A noi donne piace chiamarle "PAUSE DI RIFLESSIONE" . A qualcuna pare persino inutile chiamarle e semplicemente sparisce come houdini, come se tutto fosse ovvio.
PESCE D'APRILE, PESCE D'APRILE! Ieri ho provato le lamette e accidenti se mi è piaciuto. Il sangue che si raggruma sulle ferite e non si scrosta. La sempre più flebile vocina del mio Io-Razionale che mi dice di non farlo, perchè lui lo sa cosa mi trattiene: è una strana paura del dolore che ha a lungo fermato la mia mano. Una paura che finirà per essere sostituita da quella masochistica soddisfazione di un polso ancora sporco di sangue che brucia sotto l'elastico della maglia, sotto l'orologio. Superata la paura del dolore, posso sfondare ogni muro semplicemente a testate. Premere forte la lametta, sentire come un gelo che entra fra lembi di pelle, è il freddo notturno, è il freddo del metallo. Il sangue esce; lo si pulisce con la mano per vedere il taglio sotto, ma è un secondo. Il sangue riprende lesto ad uscire. E' difficile persino per me individuare qual è il pensiero dominante in quegli attimi. Forse un pensiero non c'è e sarebbe molto meglio se non ci fosse. Potrei far finta di essere posseduta. Ma credo ci sia. Ed è un pensiero di solitudine profondissimo. Agisco il mio dolore nella solitudine buia e notturna, circondata da pareti che si portano appresso pezzi della mia mente. Una incomunicabilità assoluta che si consuma nel buio, che vive e respira nel sangue, che è talmente *incomunicabile* che si consuma in pochi attimi per poi tornare alla sciocchezza quotidiana. Pigiare i tasti della nintendo e sentire il polso prendere fuoco, i lembi di pelle avvicinarsi e allontanarsi quasi ritmicamente. O almeno così me lo immagino.
La saluto.
Toccarle il viso mi fa quasi tremare. Mi pare di sentire un impulso di vita. La pelle è calda di stufa. Lei è morbida come una bambina. Le do un bacio, poi un altro, ho sentito un momento di quiete. Ma oscillo come un pendoloo, torno a casa, quel caldo si è trasformato in gelo completo. Diventa gelo del sangue.
E' la solitudine di aver dovuto sempre affrontare tutto da sola. Senza un posto dove tornare, dove riposare. La mia famiglia non lo è mai stata, mia madre se potesse mi divorerebbe, altro che riposo. Mio padre è razionale. Piacevole ma razionale. E la mia mente lo è sempre. La mia ex continua a torturarmi persino adesso, nella realtà, nei fantasmi e quasi da subito tutto è diventato, meno che un luogo di riposo. E tutt'intorno le persone cambiano.
Torno da Roma e chissà quale dispetto devo aver compiuto nella mia assenza. E' un nuovo passo della mia evoluzione relazionale. La mia presenza o assenza ormai non è importante. Come quando io faccio o non faccio le cose, parlo o non parlo, agisco bene o agisco male. Non è importante, nulla lo è. Come non lo sono stati i baci, fare l'amore o 2 ore a parlare sulla panchina alla stazione. Non lo sono nè le parole e nemmeno i fatti. Eppure gli altri vanno avanti. Io non ci riesco. Non capisco perchè.
Lo ricordo il tono:
- Mi sono fidanzata. Si chiama Angelo...ah, però non riesco a baciarlo...sai penso a te -
Direte che questo non andare avanti. Continuare a chiamare a casa non è andare avanti. Eppure so, LO SO, che è ancora con lui, che avanti, nonostante la ferita, nonostante i baci, quei baci che non avrà dimenticato, ci è andata. Mentre io mi ricordo la sua voce e il suo potere di calmarmi. A volte vorrei cercare di rievocarla per vedere se mi fa ancora lo stesso effetto.
Invece ricordo mio zio su un letto d'ospedale, mio padre delirante per casa e dall'altra parte, IL SILENZIO. Oppure un litigio sugli stivali, perchè sai, volevo farti parlare d'altro. Il vero delirio è che ci provo a non guardare solo quello che mi butta giù, ma continuano a capitare solo cose che accidenti mi buttano giù e basta e ogni volta mi si offusca davanti agli occhi la possibilità di una soluzione, di uno spiraglio.